Où allons nous d’ici

Linda Bertazza

a cura di Zoe Paterniani

19 maggio - 23 giugno 2018
opening 19 maggio ore 18

Dove si va da qui?

di Zoe Paterniani

Per chi attraversa i deserti e gli oceani con mezzi di fortuna, le fotografie sono spesso l’unico bagaglio consentito, abbastanza piccole e leggere per essere trasportate addosso, sufficientemente resistenti per conservare intatto il legame con le proprie radici, sono, per definizione, l’impronta di brevi momenti che crediamo memorabili.

Tuttavia, una volta scattate diventano superfici fragili simili all’epidermide, sulle quali la luce continua ad operare lenta e inesorabile creando un nuovo livello visibile: quello delle macchie e dei segni, che ha soprattutto a che fare con i processi, con la storia e con le trasformazioni continue e impercettibili. E’ questo livello effimero e mutevole che interessa Linda, quando con uno scanner in valigia torna a Bordeaux per scansionare l’album di Alì: fin da bambina costruisce piccoli archivi privati di objet trouvé, che ne preservino l’esistenza e la memoria; in questo caso Linda colleziona quelle macchie e quei segni apparentemente insignificanti, li fissa, li cristallizza e li rende leggibili.

Compiendo un lavoro sulla superficie, compie in realtà un lavoro in profondità: si svela una storia articolata e complessa, le immagini non sono più soltanto la registrazione dei momenti salienti della vita di Alì, ma diventano una mappa, sulla quale tracciare il suo percorso e quello di molti altri come lui. Diventano anche il pretesto per intraprendere quello stesso viaggio al contrario, fin dentro le fotografie, per scoprire tutto quello che è rimasto fuori dall’inquadratura, e tutto quello che nell’inquadratura c’era ma ora è radicalmente cambiato. Le stesse immagini che per Alì rappresentano la memoria al punto d’arrivo, diventano per Linda il punto di partenza.

Où allons nous d’ici?

di Linda Bertazza

Queste fotografie appartengono a Mbaye, anche se lui preferisce farsi chiamare Alì, con cui ho avuto la fortuna di trascorrere un po’ di tempo. Alì vende artefatti africani in piazza Saint-Michel e vive in Francia da 16 anni. Per otto ha lavorato come muratore: j’ai travaillé huit ans dans le batîment, mi ripete come un mantra, ma oggi la sua bancarella è una delle più grandi e lui ne è molto orgoglioso. Alì usa questi album consumati come catalogo per i suoi artefatti, che è il motivo per cui non sono in vendita. Tutte le fotografie sono state realizzate negli anni ‘90 presso il Marché Kermel a Dakar, in Senegal, dove lavorava prima di trasferirsi in Francia. Tutte le fotografie sono state scattate da una ragazza francese che poi è diventata sua moglie.

Dopo qualche mese ho iniziato ad interrogarmi sui luoghi d’origine di queste immagini, ho iniziato a cercare il Marché Kermel su street view. Il palazzo solitario nelle fotografie di Alì rappresentava il mio punto di riferimento, non è stato difficile rintracciarlo, ma della bancarella nessuna traccia. Passeggiando virtualmente tra le strade di Dakar un’idea si faceva sempre più forte e, quella che all’inizio sembrava solo una fantasia, si è presto trasformata in realtà. Ho comprato un biglietto per il Senegal, dove ho trascorso un mese e mezzo, ma prima di partire sono tornata a Bordeaux per dirlo ad Alì. Era sorpreso, ma anche felice, sua figlia Kenza mi ha insegnato alcune frasi in wolof, la lingua più parlata nel paese e Alì mi ha dato i recapiti della sua famiglia senegalese affinché ci potessimo incontrare. Isseu, la prima moglie di Alì, mi ha accolta come se ci conoscessimo da molto tempo,mentre Aminata, la figlia di Isseu e Alì, per il mio arrivo ha cucinato la thiebudienne, un piatto tipico senegalese a base di riso e pesce.

Questi viaggi tra Italia, Francia e Senegal mi hanno permesso di penetrare in quelle sbavature di colore che mi hanno incantata dal primo istante, anche se moltissimi aspetti della vita di Alì rimangono ancora un mistero. Queste fotografie hanno rappresentato per me un invito ad entrare, a varcare la soglia di mondi lontani dal mio quotidiano, per percepirne tutta la forza nei legami familiari, la fragilità nell’inesorabile scorrere del tempo, la delicatezza nella casualità degli eventi.